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Villa Fiorentino Sorrento sede della Fondazione Sorrento

Fondazione Sorrento

Le bellezze della Tarsia nel Duomo di Sorrento

Interessanti i particolari presenti nella Cattedrale di Sorrento. Molti gli arredi e le rifiniture realizzate ricorrendo ad espressioni dell' artigianato locale che prevedono l' utilizzo dell' intaglio del legno e della tarsia. Ricca di opere d’ arte, di reliquie e di reperti, la Cattedrale di Sorrento è capace di esercitare un fascino particolare perché in parte abbellita con arredi e rifiniture realizzati con l’ utilizzo di una delle più superbe espressioni dell’ artigianato locale: quella dell’ intaglio e della tarsia lignea.
Tra questi un posto di rilievo spetta al coro ligneo realizzato nel 1938 da Antonino Terminiello, dai fratelli Giuseppe e Salvatore Fiorentino, Antonino Esposito, Carlo Iaccarino e dalla ditta Fiorentino.
Una relazione dell’ epoca illustra l’ opera come segue: “Al centro del coro è disposto il trono arcivescovile con ai lati due ali simmetriche di stalli, riservati ai canonici, dinanzi ai quali, è disposto un comodo inginocchiatoio che fa da spalliera ad una prima fila di scanni riservati ai seminaristi. Il trono, rialzato su una pedana, ha la parte antistante definita da due colonne scanalate di stile corinzio, che avrebbero dovuto, secondo il progetto originale, sorreggere la volta di copertura, e la parete di fondo è divisa in tre pannelli, su cui sono intarsiati il Cristo Re al centro, la Madonna Assunta e San Giovanni Battista lateralmente”.
E, continuando, “i due corpi laterali, costituiti ciascuno da nove stalli, si compongono di una parte inferiore, le sedie, ed una parte soprastante, la cosiddetta spalliera. Le sedie chiudono il piano di seduta ribaltabile con due braccioli in legno massiccio, intagliati a forma di sfinge da Giuseppe Fiorentino. Il piano di fondo, diviso da lesene scanalate, ha 18 riquadri intarsiati in legno naturale, raffiguranti i dodici apostoli, i quattro santi sorrentini ed il protettore della città, Sant’ Antonino”.
Più recentemente, invece (nel 1985) la stessa Cattedrale è stata abbellita con una “Via Crucis” realizzata su disegno ed intarsio di Gianni Paturzo ed incorniciata dai fratelli Parlato.
Poco prima della fine del XX secolo (nel 1989), inoltre, il Duomo Sorrentino ha arricchito la sua “collezione” di oggetti intarsiati  con la realizzazione del nuovo tamburo dell’ ingresso principale che ha visto impegnati Giuseppa Rocco, Vincenzo Stinga, Giuseppe Centro e Mario D’ Alesio.
“Gl’ intarsi della porta rappresentano, nei dodici riquadri, altrettanti episodi appartenenti alla storia della Chiesa e della Comunità sorrentine, nella loro tradizione e negli avvenimenti che ne hanno puntualizzato la millenaria vita religiosa e civile, distribuiti per ordine cronologico, ma presentati “secondo un principio che li accomuna” spiega Antonino Cuomo in “La Cattedrale di Sorrento”(edito da EIDOS Nicola Longobardi Editore nel 1992) che, tra l’ altro ricorda che essi spaziano “dalla consacrazione del Duomo del 16 marzo 1113 con l’ intervento del cardinale Riccardo di Albano (mentre era duca di Sorrento, Sergio II), alla donazione delle reliquie di San Giacomo il minore, nel 1210, da parte del cardinale Pietro Capuano, legato pontificio in Siria; dallo sbarco disastroso dei turchi di Pialy pascià del 13 giugno 1558, che saccheggiarono, distrussero e deportarono alla peste del 1656, che, scoppiata a Napoli, provocò, in Penisola Sorrentina, circa duemila vittime; dalla processione del 1837 per implorare la fine dell’ epidemia del colera con il miracoloso Crocifisso di Sant’ Antonino, alla Visita di Pio IX (29 aprile 1849), fuggito da Napoli, ove rimase per un anno e mezzo fino ad otto mesi dopo la caduta della Repubblica Romana; dall’ arrivo a Sorrento di San Pietro, che secondo un’ antica tradizione, si sarebbe fermato a predicare fuori le mura, in località Sottomonte ove, poi fu eretta una Cappella detta San Pietro a Mele (originariamente S. Petrus inventus), demolita e ricostruita nel 1843 per l’ allargamento della strada che conduce a Sorrento alla testimonianza del sacrificio dei Martiri Sorrentini, Quinto, Quintilio, Quartilla, Marco ed altri nove giovani; dalla protezione dei cinque santi protettori di Sorrento (sant’ Antonino, San Renato, San Valerio, San Bacolo e Sant’ Attanasio, che, secondo una narrazione storica, sarebbero intervenuti a salvare i sorrentini in una famosa battaglia navale contro i saraceni nelle acque di Ischia, ove erano impegnati con altre navi napoletane e ischitane) al miracolo della balena di cui sarebbe accreditato Sant’ Antonino per avere restituito ad una madre disperata il figlio inghiottito dal cetaceo; dalla testimonianza del Sinodo provinciale del 15 maggio 1657 in Sorrento, promosso dall’ arcivescovo Giulio Pavesi dopo la “visita pastorale”, al ricordo del Concilio Ecumenico Vaticano II, al quale l’ arcidiocesi Sorrentina fu presente, all’ apertura, con l’ arcivescovo Monsignor Carlo Serena e con quello che doveva poi essere il suo successore (che fu presente anche alla chiusura), Monsignor Raffaele Pellecchia (che si vuole sia ritratto nel riquadro in uno dei presuli).



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