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I legni utilizzati per l' intarsio sorrentino


- All' impiego di aranci e noci, segui' quello dei legnami ricavati da ulivi, fichi, nespoli, ciliegi, peri, mogani e ontani. Solo piu' tardi arrivarono i legni colorati, probabilmente per l' influenza dell' artigianato nizzardo

La produzione dei maestri artigiani sorrentini impegnati nel mondo dell’ intarsio e dell’ ebanisteria, soprattutto durante l’ Ottocento è stata caratterizzata dall’ utilizzo di sottili lamine di legnami ricavate dalle essenze arboree locali.
Abituata ad utilizzare la rigogliosa vegetazione  della Terra delle Sirene in tutti i modi possibili (dalla fase della produzione dei gustosissimi frutti a quella dell’ utilizzo dei fusti dei loro alberi), infatti, la popolazione della Penisola Sorrentina seppe far tesoro delle proprie risorse naturali.

La ricchezza di alberi d’ arancio e, più in generale, di agrumi, unita a quelli di noci si rivelò particolarmente preziosa per le lavorazioni di buona parte del XIX secolo, ma nel corso degli anni alla loro utilizzazione si unì quella di altri legni di ulivo, di fico, di nespolo, di ciliegio, di pero, di mogano e di ontano.
Solo più tardi – probabilmente per effetto di influenze subite dalla scuola nizzarda con la quale quella sorrentina pure competeva e si confrontava – si registrò l’ utilizzo di legni tinti.

Ciò non tanto per il desiderio di omologarsi alla tradizione transalpina quanto perché una più ampia gamma di colorazioni permetteva di riprodurre in maniera più aderente alla realtà i forti cromatismi delle scene ispirate alla raffigurazione dei costumi napoletani
Secondo Francesco Grandi (che fu il primo a dirigere la scuola applicata all’ industria dell’ intarsio e dell’ intaglio di Sorrento), questa innovazione fu introdotta attorno alla metà dell’ Ottocento per merito di un non meglio identificato Giulio che, per l’ appunto, proveniva da Nizza.

L’ utilizzo dell’ ebano e dell’ avorio, invece, solo occasionalmente fece capolino nella realizzazione degli oggetti realizzati dai maestri artigiani sorrentini che non utilizzarono mai né metalli, né tartaruga, né pietre dure.
La produzione del Novecento ha rispettato abbastanza fedelmente le tradizioni del secolo precedente, anche se con il trascorrere degli anni l’ artigianato sorrentino ha dovuto piegarsi alle esigenze di mercato finendo con l’ assimilarne i gusti e concentrando i propri sforzi nella realizzazione di oggetti che - per dimensioni e difficoltà di esecuzione – risultassero di più largo consumo.

L’ avvento di nuove tecnologie e di produzioni industriali, oltre che la concorrenza di mercati in cui il costo della manodopera è prossimo allo zero hanno creato non poche difficoltà al comparto che, però, riesce ancora oggi a distinguersi per la qualità degli oggetti realizzati.




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